L’importanza delle relazioni umane. Intervista alla libraia Veronica Tati
L’importanza delle relazioni umane. Intervista alla libraia Veronica Tati

L'importanza delle relazioni umane. Intervista alla libraia Veronica Tati

Tra gli scaffali di una libreria non si trovano soltanto libri. Si incontrano storie, persone, domande, emozioni e, molto spesso, nuove possibilità. In un'epoca in cui gli algoritmi sembrano suggerirci cosa leggere e cosa pensare, il ruolo del libraio continua a conservare qualcosa di profondamente umano: la capacità di ascoltare, consigliare e creare connessioni autentiche tra un lettore e una storia.

Essere librai oggi significa molto più che vendere libri. Significa fare cultura, costruire comunità, promuovere la lettura e contribuire ogni giorno alla diffusione di idee, conoscenza e dialogo. Un compito prezioso che assume sfumature ancora più interessanti quando viene vissuto lontano dal proprio Paese, all'interno di una realtà culturale diversa ma altrettanto ricca di stimoli.

Ne parliamo con Veronica Tati, conosciuta sui social come Nicabooks, libraia italiana che vive e lavora a Dublino, dove racconta ogni giorno il dietro le quinte di una professione che continua a essere uno dei punti di riferimento più importanti per chi ama i libri e la lettura. Veronica è diventata una delle prime creator italiane a raccontare il mestiere del libraio sui social e oggi lavora presso la storica libreria Hodges Figgis.


Attraverso il progetto Nicabooks racconti ogni giorno il mestiere del libraio, mostrando aspetti che spesso il pubblico non conosce. Qual è il più grande equivoco che le persone hanno su questa professione?


Esatto: Nicabooks per me è anche un luogo dove sfatare tutti i miti che ruotano attorno al mio mestiere. Ogni volta che dico che faccio la libraia, nell’immaginario collettivo si figura l’immagine di una persona che se ne sta seduta a leggere tutto il giorno e che, all’occorrente, alza gli occhi dalle pagine e parla con qualche cliente dei libri che ha amato con la speranza che quest’ultimo compri qualcosa. Non è assolutamente così: il mestiere del libraio ti vuole vedere in faccia. Partendo dal punto di vista fisico, il libraio non sta quasi mai seduto: cammina, sale le scale, alza pesi.

Mentalmente poi, è molto stancante: prima di tutto perché siamo costantemente sottoposti a stimoli (dai clienti che entrano e che vanno serviti, dai colli che arrivano e che vanno aperti, dalle e-mail e dalle chiamate alle quali rispondere ecc.) e, in secondo luogo, perché è un mestiere che stanca anche psicologicamente.

Non è semplice, infatti, riuscire a essere multitasking e avere una buona capacità di problem solving mentre il ventaglio di clienti che ti si presenta è variopinto e ha diverse necessità.

In un mondo in cui i consigli di lettura arrivano sempre più spesso dagli algoritmi e dai social network, quale valore aggiunto può offrire ancora oggi il consiglio di un libraio?

Non mi stancherò mai di dirlo: la relazione umana è la risposta a tutto. A volte sui social ho ricevuto commenti negativi legati a questa mia necessità di costruire rapporti umani ma la libreria non è fatta solo di libri ma anche, e soprattutto, di persone. Un cliente che entra in libreria e che ha uno scambio con un libraio, vivrà un’esperienza completamente diversa rispetto a chi se ne sta seduto sul divano e compra un libro con un click: l’uomo è un animale sociale e lo scambio umano non solo lo aiuta a ridurre lo stress e a favorire l’empatia ma lo stimola anche all’apprendimento. In questi casi cito sempre il mio amato George Bernard Shaw, famoso drammaturgo irlandese: 

“ Se tu hai una mela e io ho una mela e ce le scambiamo, allora tu e io abbiamo sempre una mela ciascuno. Ma se tu hai un’idea e io ho un’idea e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee”.

Una libreria è molto più di un luogo dove acquistare libri. Dal tuo punto di vista, quale ruolo sociale e culturale dovrebbe avere una libreria all'interno di una comunità?


È proprio così: le librerie non sono semplici negozi ma sono presidi culturali. Devono essere luoghi dove non solo si respira cultura ma la si “pratica”: devono favorire l’ascolto delle persone e lo scambio di idee; devono essere il luogo dove le persone possono acquistare gli strumenti per evadere dalla loro vita quotidiana anche solo per pochi minuti al giorno o per diventare persone più consapevoli; devono essere parte della rete che collega diverse realtà del territorio (biblioteche, scuole, comune). Insomma: la libreria è una ma i suoi ruoli all’interno della comunità sono infiniti.


Da anni vivi e lavori in Irlanda, una terra profondamente legata alla letteratura e alla narrazione. Quali differenze hai riscontrato nel rapporto che lettori e istituzioni hanno con i libri rispetto alla realtà italiana?

Mi duole sempre dirlo ma qui ho trovato un altro mondo. Partendo dal lettore, che legge molto di più di quello italiano, e che viene accompagnato sin dalla tenera età alla scoperta della lettura, delle librerie e del ruolo che i librai hanno nella comunità, la cultura legata all’oggetto libro qui è quasi sacra: lo scrittore sponsorizza il proprio libro invitando i propri lettori all’acquisto in libreria (prima che sulle piattaforme digitali) e l’editore fa lo stesso; le librerie si sostengono a vicenda (siano queste di catena o indipendenti, non è raro indirizzare i clienti dalla concorrenza quando si è sprovvisti di qualcosa); le presentazioni vengono vissute come un momento di convivialità e condivisione e non solo come apprendimento e scambio dal e con l’autore. 

I lettori qui sono anche molto legati alle proprie radici e alla propria eredità culturale: sostenere le proprie penne è quasi un’attività “obbligatoria”.

Infine, qui c’è molta pazienza: spesso i libri impiegano tra i sette e i quattordici giorni lavorativi per arrivare in libreria ma quasi mai vengono rimpiazzati con un ordine online. Parliamo proprio di un’altra realtà. 

Attraverso i tuoi contenuti racconti il lavoro quotidiano dietro gli scaffali e contribuisci a diffondere la cultura del libro online. Quanto è importante oggi che i librai diventino anche divulgatori e promotori culturali, sia dentro che fuori dalla libreria?

Oggi è molto importante. C’è anche chi ce la fa senza stare sui social o senza newsletter (touché) ma nel mondo di oggi, uscire dalle proprie mura è fondamentale: quante volte cerchiamo un negozio che ci piace sui social?

Quante volte cerchiamo online informazioni riguardanti eventi/presentazioni? Non usare gli strumenti che abbiamo a disposizione, abbracciando il progresso e riconoscendone le potenzialità, è veramente un peccato per un’attività commerciale come quella della libreria.

Se dovessi scegliere una sola cosa che i libri possono insegnarci per costruire una società più aperta, consapevole e capace di dialogare, quale sarebbe e perché?

Se dovessi sceglierne una sola, direi la capacità di immaginare il punto di vista di un’altra persona. 

I libri fanno qualcosa di raro: ci permettono di abitare, per qualche ora, una mente diversa dalla nostra. Possiamo vedere il mondo attraverso gli occhi di qualcuno che vive in un’altra epoca, appartiene a un’altra cultura, ha convinzioni opposte alle nostre o affronta problemi che non abbiamo mai conosciuto. Non si tratta solo di “sapere” che esistono prospettive diverse; si tratta di farne esperienza. Una società aperta e capace di dialogare non nasce necessariamente dall’accordo, ma dalla capacità di comprendere che la realtà può apparire diversa a persone diverse. Quando leggiamo, impariamo che i personaggi più interessanti raramente sono completamente buoni o cattivi, che le motivazioni umane sono complesse e che le nostre certezze possono essere incomplete. Questa consapevolezza rende più difficile ridurre gli altri a etichette e più facile ascoltarli.

In questo senso, la lettura non insegna semplicemente delle idee: allena una forma di umiltà. Ci ricorda che la nostra prospettiva è una prospettiva ma non l’unica possibile. E forse è proprio da qui che nasce il dialogo autentico: dalla disponibilità a riconoscere che c’è sempre qualcosa da imparare da uno sguardo diverso dal nostro.

Le librerie continuano a essere luoghi speciali non soltanto per i libri che custodiscono, ma per le persone che ogni giorno le rendono vive. Attraverso il lavoro di professionisti come Veronica Tati comprendiamo quanto il mestiere del libraio sia ancora oggi un prezioso lavoro di mediazione culturale, capace di creare incontri inattesi tra storie e lettori.

In un tempo che corre veloce, fatto di suggerimenti automatici e contenuti consumati rapidamente, il consiglio di un libraio resta un gesto profondamente umano. Un invito a fermarsi, a scegliere con consapevolezza e a lasciarsi sorprendere da una storia che forse non stavamo cercando, ma che aveva qualcosa da dirci.

Perché la cultura cresce grazie ai libri. Ma soprattutto grazie alle persone che ogni giorno scelgono di condividerli con passione, competenza e generosità.

IG: Nicabooks


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