Pesare le parole per raccontare nel modo giusto la storia dell'umanità
Ci sono romanzi che intrattengono, altri che lasciano domande aperte dentro chi legge. E poi ci sono storie che scelgono di diventare voce, memoria e ponte tra realtà spesso raccontate solo attraverso il rumore delle cronache. La letteratura, quando riesce a entrare nelle ferite della storia con sensibilità e umanità, può trasformarsi in uno spazio di dialogo autentico.
Con Sarah Mustafa, autrice dei romanzi La spia dai capelli rossi e Il giorno che non ti ho ucciso, entrambi pubblicati da Homo Scrivens, abbiamo parlato di scrittura, identità, memoria e del potere che i libri hanno ancora oggi nel creare consapevolezza e vicinanza umana attorno alla causa palestinese.
Un’intervista che attraversa emozioni profonde, ma anche la convinzione che la narrativa possa essere uno strumento di pace, capace di restituire umanità là dove troppo spesso restano solo etichette e divisioni.
Nei suoi romanzi la questione palestinese non è soltanto uno sfondo politico, ma una dimensione profondamente umana ed emotiva. Quando ha sentito l’esigenza di trasformare questa realtà in narrativa?
L’esigenza è nata tanto tempo fa, nel momento in cui ho compreso la reale entità dell’ingiustizia che il popolo palestinese continua a subire nella narrazione prevalente. Ho percepito questa frattura innanzitutto nei libri di Storia, dove quelle vicende vengono spesso trattate come fatti fini a se stessi, quasi astratti, una conseguenza dell’Olocausto, dimenticando che un intero popolo ne ha pagato, e ne paga, il prezzo sulla propria pelle e che il progetto di tutto questo ha origini che risalgono a prima della Seconda Guerra Mondiale.
Questa ingiustizia, l’ho avvertita poi nel silenzio dei telegiornali, che per anni hanno ignorato la realtà quotidiana dell’occupazione in Cisgiordania e a Gaza fino al 2005, quando si è trasformata in un assedio continuo per due milioni di gazawi. Per i media tutto questo non esisteva, ma bastava che un razzo Qassam sfiorasse Tel Aviv perché le prime pagine si riempissero di titoloni accusando un popolo di essere terrorista.
Di fronte a questo squilibrio mi sono chiesto dove fosse finita la parte fondamentale della narrazione, la vita delle persone. È stato in momenti così che ho sentito l’urgenza di dare voce all'altra faccia della medaglia.
La spia dai capelli rossi e Il giorno che non ti ho ucciso raccontano dolore, identità, conflitto, ma anche relazioni e fragilità umane. Quanto è importante, per lei, raccontare le persone prima ancora della geopolitica?
I numeri che apprendiamo dai telegiornali non ci dicono quasi niente. Le persone, i sentimenti, i profumi, i sapori, la vita vera. Perché è quando ti racconto di una bambina (Hind Rajab), colpita da più di proiettili che qualcosa dentro di te si deve muovere.
Quando vedi l’immagine di una casa che esplode forse non provi quel brivido lungo la schiena come lo proveresti se ti raccontassi che cosa rappresentava quella casa. I ricordi, l’infanzia, la comodità unica del tuo letto, il profumo di caffelatte al mattino, la mamma che ti aspetta alla finestra… La guerra è soprattutto quello che non ci viene raccontato, le persone.
Oggi il dibattito pubblico tende spesso a polarizzare tutto. Crede che la letteratura possa ancora essere uno spazio libero dove costruire dialogo, comprensione e persino empatia verso realtà considerate lontane?
Sì, lo credo fermamente. In un'epoca in cui il dibattito pubblico viaggia alla velocità di un tweet o di uno slogan strillato, costringendoci continuamente a schierarci per fazioni contrapposte, la letteratura rappresenta una delle ultime zone franche rimaste. È un esercizio di lentezza che richiede tempo, cura e silenzio, l'esatto contrario del rumore che ci circonda.
La pagina scritta ha la capacità democratica e straordinaria di sospendere il giudizio immediato. Quando apriamo un libro, accettiamo di metterci nei panni dell'altro, di camminare con le sue scarpe e di respirare i suoi stessi dubbi, anche quando appartiene a una realtà che credevamo immensamente lontana o persino ostile.
Più che a decretare chi ha ragione, la narrativa serve a mostrare le sfumature e le contraddizioni intrinseche della natura umana. Questa non è una forma di evasione, ma un profondo atto civile: l'immaginazione diventa lo strumento più potente che abbiamo per abbattere i pregiudizi e costruire una reale empatia, trasformando l'ignoto in qualcosa che ci riguarda da vicino.
Scrivere di Palestina significa inevitabilmente confrontarsi con memoria, ferite e responsabilità narrative. Ha mai avuto paura che la scrittura non riuscisse a restituire tutta la complessità emotiva di ciò che voleva raccontare?
Questa paura mi accompagna costantemente, a ogni pagina, e credo sia un sentimento inevitabile, forse persino necessario, quando ci si accosta a ferite storiche così profonde. Di fronte a un dolore reale, quotidiano e stratificato da decenni, c'è sempre il timore che la parola scritta possa rivelarsi troppo parziale, sterile o inadeguata rispetto all'immensità della sofferenza che si intende descrivere. Il rischio di non farcela, o peggio, di tradire la verità emotiva delle persone, è costante.
Ho imparato a convivere con questo limite cercando l'onestà dello sguardo piuttosto che l'ambizione della totale esaustività. Ho capito che è impossibile raccontare l'interezza di una simile tragedia oggettiva; si può invece illuminare con dignità e rispetto la storia quotidiana di un singolo individuo, di una famiglia, di un legame. A volte, poi, la complessità si restituisce trovando il coraggio di sottrarre: ci sono momenti in cui i silenzi, i non detti e i piccoli gesti dei personaggi riescono a comunicare il peso della realtà molto più di qualsiasi descrizione esplicita. Quella paura iniziale si trasforma così in responsabilità narrativa, guidando la penna verso il massimo rispetto per la memoria altrui e soprattutto per la sua dignità.
Nei suoi libri emerge la sensazione che le storie possano abbattere muri invisibili. Secondo lei, quale responsabilità hanno oggi gli scrittori nel provare a costruire, attraverso le parole, una cultura di pace?
La responsabilità principale di uno scrittore oggi risiede nella scelta e nel peso delle parole che usa. Le parole possiedono un potere immenso: possono essere usate per disumanizzare l’altro, oppure per restituirgli dignità. Costruire una cultura di pace significa innanzitutto rifiutare il cinismo, la retorica dell'odio e le narrazioni preconfezionate, cercando invece un linguaggio capace di curare le fratture anziché approfondirle. Prima dei muri di cemento, infatti, esistono barriere invisibili fatte di pregiudizi, stereotipi e indifferenza; il nostro compito è scardinare questi blocchi mentali nell'immaginario di chi legge.
Questo non significa affatto scrivere favole consolatorie o edulcorare la realtà. La vera letteratura di pace affronta il conflitto in tutta la sua spietata durezza, ma sceglie di concentrarsi su ciò che resta ostinatamente umano anche nelle situazioni più buie. La nostra responsabilità è mostrare i barlumi di solidarietà, i legami inaspettati e la resistenza culturale che sopravvivono sotto le macerie. Raccontare queste storie significa testimoniare che un'alternativa alla distruzione è sempre possibile e che la speranza, se alimentata con onestà, può rivelarsi molto più tenace di qualsiasi muro.
Leggere le parole di Sarah Mustafa significa ricordarsi che la letteratura può ancora essere un luogo di incontro. Un luogo dove le storie riescono a restituire volti, emozioni e umanità a ciò che spesso viene ridotto a semplice notizia o slogan.
Attraverso i suoi romanzi, la scrittura diventa uno spazio delicato ma necessario, capace di aprire riflessioni senza alzare muri, di creare ascolto invece che distanza. Perché forse è proprio questo uno dei compiti più profondi della narrativa: permetterci di riconoscere l’altro, anche nelle sue ferite, e ricordarci che ogni dialogo autentico nasce sempre da un atto di umanità.
