Creare uno spazio intorno a sé con la lettura e la scrittura. Intervista alla psicoterapeuta Ylenia Allocca
Creare uno spazio intorno a sé con la lettura e la scrittura. Intervista alla psicoterapeuta Ylenia Allocca

Creare uno spazio intorno a sé con la lettura e la scrittura. Intervista alla psicoterapeuta Ylenia Allocca

Leggere e scrivere sono gesti che compiamo spesso senza renderci conto della loro profondità. Apriamo un libro per cercare una storia, una risposta o semplicemente un momento di evasione. Prendiamo una penna o una tastiera per raccontare qualcosa che sentiamo dentro. Eppure, dietro questi gesti apparentemente semplici, si nasconde un potente strumento di conoscenza di sé, di elaborazione delle emozioni e di crescita personale.

In un'epoca in cui il tempo per ascoltarsi sembra sempre più ridotto, i libri continuano a rappresentare uno spazio privilegiato dove incontrare sé stessi attraverso le parole degli altri, mentre la scrittura può diventare un luogo sicuro in cui dare forma a pensieri, paure, desideri e cambiamenti.

Ne parliamo con Ylenia Allocca, psicologa e psicoterapeuta, per comprendere meglio il valore terapeutico della lettura e della scrittura e il ruolo che possono avere nel nostro benessere emotivo e relazionale


Spesso pensiamo alla lettura come a un momento di svago o di formazione. Dal punto di vista psicologico, quali benefici può offrire un libro al nostro benessere emotivo?


In prima battuta, potremmo pensare che leggere serva a imparare qualcosa o a
rilassarci. In realtà, un libro può fare anche di più: ci offre uno spazio sicuro in cui
incontrare emozioni, paure e desideri. Quando leggiamo ci identifichiamo nei
personaggi, ci emozioniamo con loro e, inconsapevolmente, iniziamo a guardare anche
noi stessi con occhi nuovi.


La psicologia ci insegna che le storie ci aiutano a dare un nome a ciò che sentiamo, a
guardare la nostra vita da prospettive diverse e a sentirci meno soli nelle esperienze più
complesse. In fondo, ogni libro è una relazione: ci mette davanti a parti di noi che
magari non avevamo ancora incontrato. E, qualche volta, voltare una pagina significa
fare un piccolo passo avanti anche dentro di sé.


Tra i doni più grandi della lettura credo ci sia quello di non offrirci risposte definitive, ma
aiutarci a porre domande migliori, perché ogni libro che ci tocca davvero può restituirci
anche qualcosa di noi che, fino a quel momento, non avevamo ancora riconosciuto.

Molti lettori raccontano di essersi sentiti compresi o addirittura "salvati" da una storia
incontrata nel momento giusto. Cosa accade dentro di noi quando ci identifichiamo
profondamente in un personaggio o in una narrazione?

Ci sono libri che arrivano proprio quando ne abbiamo bisogno. E non perché abbiano la
soluzione ai nostri problemi, ma perché riescono a fare qualcosa di ancora più prezioso:
ci fanno sentire visti.


Credo sia importante distinguere il significato metaforico del termine "salvati" da quello
letterale. Un libro non salva nel senso di risolvere un trauma, una depressione o un
disagio psicologico complesso. Può, però, diventare un potente catalizzatore di
cambiamento, perché attiva due processi fondamentali: il rispecchiamento e la
possibilità di costruire nuove narrazioni di sé.


Il rispecchiamento è uno dei bisogni più profondi dell'essere umano. Quando leggiamo
di un personaggio che vive la vergogna, la paura, il dolore o il senso di inadeguatezza in
un modo che sentiamo autentico, accade qualcosa di molto simile a ciò che sperimentiamo in una relazione significativa: ci sentiamo riconosciuti. Il nostro dolore
smette di essere un'esperienza esclusivamente privata e diventa condivisibile. Un libro,
pur non essendo una persona, può offrirci questa preziosa esperienza simbolica: quella
di sentirci finalmente compresi.

Ma il rispecchiamento, da solo, non basta. Se una storia si limitasse a dirci "sei come
questo personaggio", il suo effetto sarebbe limitato. La vera forza trasformativa della
lettura nasce quando, oltre a riconoscerci, ci mostra che esistono altri modi di stare al
mondo.


Da terapeuta sistemico-relazionale, trovo particolarmente prezioso il pensiero di Luigi
Boscolo e Gianfranco Cecchin, i quali invitavano a mettere in discussione le narrazioni
rigide con cui interpretiamo la nostra esperienza. Mi spiego: ognuno di noi costruisce
una storia su di sé – "non sono abbastanza", "devo sempre essere forte", "non cambierò
mai" – e, spesso senza accorgercene, finiamo per cercare proprio le prove che
confermano quella storia, anche quando ci fa soffrire.


Un libro può interrompere questo automatismo. Attraverso i suoi personaggi e le loro
vicende, ci espone a possibilità che non avevamo preso in considerazione e ci invita ad
assumere quella che Cecchin chiamava curiosità: la disponibilità a sospendere le
certezze e ad accogliere interpretazioni diverse della stessa realtà.


È forse per questo che alcune persone raccontano di essere state "salvate" da un libro.
Non perché quelle pagine abbiano cancellato il dolore, ma perché hanno trasmesso due
messaggi profondamente terapeutici: "quello che provi ha un senso" e, subito dopo,
"non è l'unica storia possibile". E il cambiamento psicologico spesso inizia proprio lì: nel
momento in cui riusciamo a immaginare un finale diverso da quello che credevamo
inevitabile.


In fondo, è anche questo uno degli obiettivi più profondi della psicoterapia: non
riscrivere il passato, ma ampliare le possibilità con cui il presente e il futuro possono
essere pensati, vissuti e raccontati.

La scrittura viene spesso utilizzata anche in ambito terapeutico come strumento di
consapevolezza e rielaborazione. Perché mettere nero su bianco emozioni, pensieri e vissuti può aiutarci a stare meglio?

Nella pratica clinica la scrittura non è solo un esercizio di introspezione. Può diventare
una vera e propria conversazione con sé stessi: una lettera mai spedita, il diario di una
fase della vita, il dialogo con una parte di sé o il racconto di un evento.
Ogni volta che scriviamo, non stiamo semplicemente registrando ciò che è accaduto:
stiamo scegliendo il significato da attribuirgli.


Credo che ci sia un aspetto che, più di tutti, tocca corde profondamente umane:
scrivere significa sentirsi testimoni della propria esperienza. Molte persone
attraversano momenti difficili con la sensazione che quello che provano sia troppo
caotico, troppo doloroso o addirittura indicibile. La scrittura interrompe questa
solitudine. Nel momento in cui mettiamo le emozioni sulla carta, non siamo più solo
dentro l'esperienza: diventiamo anche chi la osserva. È un passaggio sottile ma
profondamente terapeutico. Non siamo più soltanto il dolore, la paura o la perdita:
diventiamo anche l'autore della storia che li contiene.


Che sia nel leggere o nello scrivere, quasi tutti, prima o poi, abbiamo bisogno che la
nostra storia trovi parole sufficientemente adeguate per poter essere abitata senza farci
più così paura o dolore.

Viviamo in una società caratterizzata da ritmi veloci, comunicazioni brevi e attenzione
frammentata. Crede che leggere e scrivere possano rappresentare oggi una forma di resistenza gentile e di riconnessione con sé stessi?

Viviamo in un tempo in cui molte persone non sono solo molto “stressate”, quanto
scollegate da sé stesse. Arrivano in studio e spesso raccontano una sensazione simile:
“non so più cosa provo”. Troppi stimoli, troppe richieste, troppo rumore in questa
società caratterizzata da ritmi veloci, comunicazioni brevi e attenzione frammentata. È
questione di saturazione. In questo contesto, leggere e scrivere non sono una
prestazione in più da aggiungere alla lista delle cose “buone da fare”. Possono diventare
qualcosa di molto più umano: un modo per tornare a sentire la propria voce interna.
Leggere, quando funziona davvero, non è evasione. È riconoscimento. È quel momento
in cui una frase sembra dirci: “ah, allora non sono l’unico a sentirmi così”. E quella
sensazione ha un effetto clinicamente molto concreto: riduce la solitudine emotiva.
Non risolve il problema, ma cambia il modo in cui sperimenta il vissuto.


Scrivere, invece, ha un’altra funzione ancora. È come se costringesse ciò che è dentro
di noi a rallentare. Le emozioni, quando restano solo nella testa, tendono a essere
confuse, ripetitive, a volte schiaccianti. Quando le mettiamo sulla carta, succede
spesso una cosa semplice: iniziamo a vedere che non siamo solo quella rabbia, quella
paura o quel dolore. Siamo anche chi li sta raccontando. E questo, clinicamente, è un
passaggio importante: da “sono dentro ciò che mi accade” a “posso guardarlo mentre
accade dentro di me”.


Per alcune persone leggere e scrivere sono esperienze difficili, o non accessibili in certi
momenti della vita. Ma quando diventano possibili, anche solo per piccoli frammenti,
possono funzionare come una forma di ancoraggio interno: qualcosa che aiuta a non
perdersi del tutto nel caos esterno.


E allora sì, forse si può dire che sono una forma di “resistenza gentile”. Ma nel senso più
semplice e meno retorico possibile: non ci cambiano la vita dall’oggi al domani, però ci
ricordano che dentro di noi c’è ancora un “Io” che può ascoltare, pensare e dare un
nome a ciò che sta vivendo, riconnettendosi con sé stesso e il contesto in una
dimensione sensoriale, esperienziale e simbolica meno frammentata.

Se dovesse suggerire un primo passo a chi vorrebbe avvicinarsi alla lettura o alla scrittura come strumento di crescita personale, quale consiglio darebbe?

Il primo passo, secondo me, è allontanarsi dall’idea che debba “servire a qualcosa” nel
senso produttivo del termine.


Con la lettura, partire da qualcosa che non chiede sforzo di adattamento. Non il “libro
giusto” in assoluto, ma quello giusto per te in questo momento. Anche poche pagine al
giorno vanno bene. L’obiettivo non è finire un libro, ma ritrovare la possibilità di restare
dentro una storia senza scappare subito altrove. Se dopo dieci pagine ti accorgi che la
mente vaga o si chiude, non è un fallimento: è informazione su di te in quel momento.
Con la scrittura, il consiglio è ancora più semplice: non pensare a scrivere bene. Scrivere
“bene” è spesso il modo più rapido per non scrivere affatto.


Può bastare una frase al giorno, anche sgrammaticata, anche ripetitiva. Tipo: “Oggi mi
sento…” e poi lasciare che il resto venga da sé, senza correggere. La funzione non è
estetica, è di contatto.


Clinicamente, direi questo: sia leggere che scrivere funzionano quando smettono di
essere una prestazione e diventano un piccolo spazio di ritorno a sé. Un luogo in cui
non devi dimostrare nulla, ma solo accorgerti di come stai, mentre stai vivendo.
Un altro consiglio clinico, molto concreto, è questo: non usare la lettura e la scrittura
nei momenti in cui sei già “al massimo” emotivamente, ma nemmeno solo quando stai
bene.


Mi spiego meglio. Spesso le persone oscillano tra due estremi: o “non ho la testa per
farlo”, oppure “lo faccio solo quando sono tranquillo”. In realtà il valore terapeutico sta
proprio nella zona intermedia: quando non sei del tutto in equilibrio, ma nemmeno
travolto.


È lì che leggere può diventare uno specchio utile, e scrivere può diventare una forma
di regolazione. È un esercizio silenzioso di presenza. Quando leggi, accetti di abitare
per un po’ la mente di un altro senza perderti. Quando scrivi, provi ad abitare te stesso
e la tua storia, favorendo una maggiore integrazione dell’esperienza interna.

Le parole non curano da sole, ma possono aiutarci a comprendere, ad accogliere e a trasformare ciò che viviamo. Un libro può offrirci uno sguardo nuovo sulle nostre emozioni, mentre la scrittura può diventare uno spazio di ascolto sincero, lontano dal giudizio e dalle aspettative.

L'incontro con Ylenia Allocca ci ricorda che leggere e scrivere non sono soltanto attività culturali, ma esperienze profondamente umane. Occasioni per rallentare, riflettere e ritrovare un dialogo autentico con noi stessi.

Perché, a volte, le parole giuste non cambiano la nostra storia. Ma possono aiutarci a comprenderla meglio.


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