Mettersi in ascolto di ciò che non si dice. Intervista a Raffaella Lippolis
Mettersi in ascolto di ciò che non si dice. Intervista a Raffaella Lippolis

Mettersi in ascolto di ciò che non si dice. Intervista a Raffaella Lippolis

Ci sono mestieri che lavorano nel silenzio delle parole, costruendo ponti invisibili tra culture, emozioni e mondi lontani. Quello del traduttore è uno di questi. Un lavoro fatto di ascolto, sensibilità e precisione, che oggi più che mai si confronta con i cambiamenti tecnologici e con una società che corre veloce, spesso dimenticando quanto peso possa avere una singola sfumatura linguistica.

In questa intervista incontriamo Raffaella Lippolis, traduttrice professionista e autrice del romanzo La contessa di Vallepiana, per parlare di parole, identità e narrazione. Un dialogo che attraversa il mestiere della traduzione, il valore della scrittura umana e quel legame profondo che unisce chi traduce storie e chi invece le crea da zero. Perché, in fondo, entrambe le professioni partono dalla stessa esigenza: dare voce alle emozioni.


Tradurre significa attraversare culture, sensibilità e modi diversi di raccontare il mondo. Quanto il suo lavoro di traduttrice ha influenzato la sua voce narrativa come scrittrice?

Il passaggio da traduttrice a scrittrice nasce da un’urgenza maturata negli anni: come traduttrice divento un ponte per la voce altrui, devo essere invisibile perché traghetto significati da una lingua e cultura specifica a un’altra lingua e cultura. Insomma, fungo da mediatrice assolutamente imparziale. Col tempo ho iniziato a chiedermi: e la mia voce? Posso cercarla e farla emergere altrove?

Così l’ho sviluppata in ambito narrativo, trovandomi particolarmente a mio agio nella narrativa storica più che in quella contemporanea, dando spazio a eventi geograficamente remoti che incidono sulla vita personale del singolo. Ho quindi deciso di dare una possibilità al mio primo manoscritto che ho custodito a lungo nel cassetto dei sogni: un romanzo storico in cui le vicende di personaggi frutto d’invenzione vengono influenzate dal corso degli eventi storici.


Negli ultimi anni il mondo della traduzione sta cambiando rapidamente, anche con l’arrivo dell’intelligenza artificiale e degli strumenti automatici. Secondo lei, cosa continuerà a rendere indispensabile il lavoro umano del traduttore?

Il lavoro umano del traduttore sarà indispensabile finché ci sarà qualcuno interessato alla sensibilità e alla complessità umana. Chi preferisce accontentarsi di testi privi di personalità è libero di farlo, certo.

Gli strumenti automatici e l’intelligenza artificiale sono indubbiamente un ausilio, ma hanno un ruolo di supporto: la supervisione umana è imprescindibile se si desidera preservare la singolarità di un testo, evitando l’effetto di appiattimento che è sotto gli occhi di tutti, ormai. Quando i testi sono il risultato di un modello artificiale, si vede eccome: sono formulati allo stesso modo, poveri d’anima malgrado l’artificio pressoché poetico, e finiscono per apparire identici. Spariscono il tono di voce e l’unicità a favore della rapidità, ma per fortuna c’è ancora chi è interessato alla qualità e non al semplice “purché si capisca”.legge la chiarezza del messaggio.

Nel suo romanzo La contessa di Vallepiana si percepisce una grande cura per il linguaggio, le atmosfere e i dettagli storici. Quanto c’è della precisione della traduttrice nella costruzione della scrittrice?

Tantissimo. La precisione della traduttrice è alla base del mio metodo di scrittura, in particolare per quanto riguarda la ricerca. Per la ricostruzione storica alla base del mio romanzo, ho adottato un approccio simile a quello che faccio quando traduco, ossia documentarmi in modo approfondito, non accontentarmi dei primi risultati disponibili e confrontare le fonti. Un metodo valido sia per utilizzare il traducente più adatto in una traduzione in base al contesto sia per ricostruire gli usi, i costumi, lo scenario politico e culturale del mio romanzo storico.

Oggi nel mondo editoriale si ricorre anche ai sistemi di intelligenza artificiale, ad esempio quando si è in cerca di ispirazione o per la documentazione. Invece io ritengo che accontentarsi della sintesi proposta da questi modelli denoti superficialità, approssimazione e mancanza di rispetto nei confronti del lettore. A mio parere, un approccio meticoloso è invece un’assunzione di responsabilità sia in veste di traduttrice sia di scrittrice.

Lei lavora quotidianamente con parole che appartengono ad altre lingue e ad altri immaginari. Crede che tradurre insegni anche ad ascoltare meglio le emozioni e i silenzi dei personaggi?

Senza dubbio. Tradurre signfica mettersi all’ascolto non solo delle parole, ma anche di ciò che rimane tra le righe: pause, silenzi, emozioni che non emergono oltre a quelle che si palesano. Si tratta di un esercizio di empatia che richiede capacità di analisi e apertura mentale, due risorse che si rivelano estremamente utili nella costruzione dei personaggi in ambito narrativo.

Come traduttrice, ho studiato anche la comunicazione interculturale, la cui conoscenza aiuta a “leggere” meglio le persone nella quotidianità, sia quelle con cui condivido la lingua e la cultura sia quelle di altre nazionalità.

Conoscere culture diverse e il loro modo di esprimersi a livello verbale e paraverbale consente di arricchire i personaggi, aggiungendo sfaccettature e aspetti che riguardano anche il linguaggio del corpo, rendendo tali personaggi più vividi e complessi

Oggi molti giovani guardano al mondo editoriale con entusiasmo ma anche con timore. Che consiglio darebbe a chi sogna di intraprendere il mestiere della traduzione o quello della scrittura, cercando magari di far convivere entrambe le passioni?

Leggere tanto può sembrare un consiglio scontato, invece non perde mai la sua validità. A mio parere, non solo occorre leggere tanto, ma leggere di tutto: narrativa, saggistica, biografie, epistolari per l’ambito editoriale, senza dimenticare ciò che abbiamo davanti agli occhi ogni giorno, dai testi promozionali alla cartellonistica, dalle riviste di settore ai sottotitoli fino ai titoli di coda di un film. Tutto contribuisce a costruire il proprio bagaglio personale fatto di parole e significati, concentrandosi sul tono di voce e sullo stile che rende unica ogni tipologia testuale.

In un tempo in cui tutto sembra diventare rapido e automatizzato, la conversazione con Raffaella Lippolis ci ricorda quanto il valore delle parole risieda ancora nella sensibilità umana, nella capacità di cogliere sfumature, silenzi e verità nascoste tra le righe.

Tra traduzione e narrativa, il suo percorso dimostra come ogni storia abbia bisogno non soltanto di essere raccontata, ma anche compresa profondamente. Ed è forse proprio qui che nasce il punto d’incontro tra il tradurre e lo scrivere: nell’arte di ascoltare le emozioni prima ancora delle parole.


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