Raccontare i libri in modo intenso e fuori dagli schemi.
“Non tutte le storie consolano. Alcune scavano. E sono proprio quelle che restano.”
Sharon legge come chi cerca una verità nascosta sotto la superficie. Ama ciò che è intenso, disturbante, fuori dagli schemi. Nel mondo Bookstagram porta uno sguardo lucido e mai accomodante, capace di andare oltre la trama per esplorare ciò che una storia lascia dentro.
Sharon, da dove nasce il tuo amore per il macabro e per le storie fuori dalle righe?
Ciao! Domanda molto complessa per la quale mi servirebbe un giorno per rispondere. Sono sempre stata una ragazza, fin da giovane, definita “strana”. Ascolto Black Metal, parlo poco, solitaria. Cresciuta con “pane, thriller e horror”, mi sono avvicinata a questo mondo. Non nego anche la mia passione per l’esoterismo e per tutto ciò che gira intorno al paranormale (vissuto anche in prima persona). Insomma, non mi accontento delle storie d’amore, mi serve qualcosa di più profondo per sentirmi bene. Quello che mi fa sorridere è che la gente, dal mio aspetto, non si aspetta tutto questo.
Dall’anatomopatologia ai medical thriller: cosa ti affascina delle narrazioni più oscure e psicologiche? È curiosità, bisogno di comprendere o qualcosa di più profondo?
Entrambe le cose. La mia natura mi ha sempre spinta a cercare, per conoscere e comprendere. Nella vita avrei voluto svolgere la professione di anatomopatologa ma i fondi, ahimé, mancavano e questo mi ha spinto a comprare libri su libri dedicati a questo tema. I defunti, secondo il mio punto di vista, hanno gli stessi diritti dei vivi e avrei svolto questa professione con la nobile consapevolezza di dare una risposta ai loro cari. Mi piace scoprire verità, ciò che è nascosto.
Mi affascina anche la psicologia (difatti l’alternativa valida era psicologia criminale), ritengo che sia la materia più “oscura” di tutte. La mente umana è così particolare che nessuno saprà mai, con certezza, dare una spiegazione. Che cosa stabilisce la normalità? La società? Le regole imposte? Siamo sicuri che, in assenza di leggi, saremmo così “buoni e bravi”?
Niente romance, niente storico: cosa cerchi davvero in un libro? Qual è l’elemento che ti fa dire: “Questa storia vale il mio tempo”?
Per quanto riguarda il thriller, giallo e il noir ti rispondo l’adrenalina, la suspence e i colpi di scena. Adoro Jeffery Deaver per questo. Per i libri di narrativa è diverso. Cerco storie profonde, che fanno riflettere e che lasciano delle domande nella testa del lettore. Ho apprezzato (e apprezzo) moltissimo i libri di Irvine Welsh, il suo “Trainspotting” è un inno alla vita fantastico.
Il tuo percorso accademico è passato da Giurisprudenza a Infermieristica. Quanto, questa scelta, ha influenzato il tuo modo di leggere e raccontare i libri?
In realtà non c’è una correlazione. Ho studiato Giurisprudenza solo perché non aveva l’obbligo di frequenza e quindi, nel frattempo, mi permetteva di lavorare. Quando ho avuto l’occasione sono passata ad Infermieristica ma lavorare e studiare in una facoltà del genere era improponibile. Ho affrontato momenti molto duri durante questo periodo e alla fine ho deciso che non poteva andare avanti per la mia sanità fisica e mentale. Dovevo provarlo per capirlo e così ho fatto. In quel periodo nemmeno leggevo più, non avevo tempo.
Aiutare gli altri è la tua vocazione: questa sensibilità entra anche nelle tue recensioni e nelle analisi che condividi sul Bookstagram?
Decisamente sì. Non ho avuto una vita facile, sono cresciuta con i nonni e mi sono presa cura di loro fino all’ultimo respiro. Questo mi ha permesso di sviluppare una sensibilità ed empatia molto profonda. Quando leggo cerco sempre di trovare e capire il messaggio che l’autore vuole trasferire al lettore e mentre scrivo la recensione ci metto sempre tanto impegno, cercando di inserire anche le emozioni vissute durante la lettura. Io scavo sempre fino in fondo perché i libri li leggo davvero, oltre le righe. Ma sono così anche nella vita reale.
Ti definisci una voce silenziosa ma incisiva. Cosa significa parlare di libri sui social oggi?
Parlare di libri in un mondo che pensa solo all’estetica (nel significato più grezzo del termine) è difficile. Parlare di libri significa, banalmente, diffondere cultura. Cerco di farlo da sette anni a questa parte. Racconto per me e per gli altri ma i social sono diventati “malati”. Le persone (o la maggior parte di esse) sembra che non abbiano più il tempo di leggere una recensione o un articolo. Viviamo in un’epoca fast dove l’immediatezza del risultato prende il posto della riflessione. Oggi contano i follower e non il contenuto.
È molto triste pensare di vivere in un mondo di zombie. Perché dico questo? Allora vi faccio una domanda: quante persone, sui mezzi pubblici, vedete con un libro o giornale in mano? Quante con uno smartphone? Ecco, la risposta è questa.
In un panorama spesso rumoroso, qual è il tuo modo di distinguerti? Cosa vuoi che le persone trovino nel tuo profilo?
Io sono in perenne silenzio e osservo molto. Non sono una di quelle “blogger” o “bookstagrammer” che pubblicano in continuazione. Non sono una “venduta” alle C.E. o una di quelle persone che creano post per forza inventando recensioni. I libri li leggo e li racconto sul serio. Collaboro con poche C.E. e con pochi autori, lo faccio solo se mi interessano e dei follower non mi interessa granché.
Ti dico di più, sono anche una di quelle che pensa che le recensioni e il vero impegno debbano essere pagati come qualsiasi altra prestazione. Se mi viene proposta una collaborazione vuol dire che la mia voce ti interessa e se scopro che non è così, allora, ti saluto e arrivederci senza troppe chiacchiere.
Cosa ti ha spinta a collaborare con la nostra Casa Editrice?
L’impegno e lo sforzo che ci sta dietro. La volontà di costruire qualcosa di serio e nel lungo periodo. Non mi impegno in un progetto facilmente perché difendo molto la mia libertà ma quando vedo che ci sta serietà, volontà, onestà e ambizione allora lo faccio. E l’ho fatto. Ho sempre desiderato far parte di una C.E. e dare il mio contributo ad un progetto importante mi fa sentire bene.
Diffondere cultura, come ho detto prima, mi fa sentire bene. Una piccola realtà può diventare grande solo se si va avanti con un team serio e caparbio, bisogna crederci nei progetti, sempre, fino in fondo.
Cosa hai riconosciuto nel nostro progetto editoriale che ti ha fatto sentire allineata? E che tipo di contributo desideri portare alla nostra community?
Come ho detto prima, lo spirito di squadra. Non è tanto ciò che andremo a raccontare (che vale moltissimo ovviamente) ma quanto i membri del team siano “allineati” tra di loro, è questo che conta veramente. Quando si va avanti insieme allora anche le storie che racconteremo saranno il nostro specchio. Il contributo? La diffusione sui social di voci alternative. Ma non una diffusione qualunque, solo sincera.
Sharon non cerca storie rassicuranti.
Cerca storie vere, scomode, profonde.
Nel suo modo di leggere e raccontare c’è silenzio, analisi e rispetto.
Perché ogni libro, se osservato con attenzione, può rivelare molto più di ciò che appare.
E lei è pronta a scavare.
