Quando i libri ci cambiano la vita
Quando i libri ci cambiano la vita

Quando i libri ci cambiano la vita

I libri che ci hanno cambiato la vita

Ci sono libri che leggiamo e poi restituiamo alla libreria, alla mensola, a uno scaffale qualsiasi della nostra casa. E poi ci sono libri che, una volta finiti, non sappiamo più dove mettere perché, nel frattempo, hanno trovato posto da qualche altra parte: dentro di noi.

Forse è proprio questo il mistero più bello della lettura. Un libro può arrivare nella nostra vita quando siamo ancora troppo giovani per capire davvero cosa ci stia raccontando e, nonostante questo, lasciare una traccia che scopriremo soltanto molti anni dopo. Alcune storie le comprendiamo quando le leggiamo, altre quando diventiamo abbastanza grandi da poterle rileggere con occhi diversi.

J.D. Salinger, ne Il giovane Holden, scrive una frase che mi è rimasta dentro più di tante altre. Parlando dei libri che amiamo davvero, Holden dice che sono quelli che, una volta finiti, ti fanno desiderare che l’autore diventi «un tuo amico per la pelle» e che tu possa chiamarlo al telefono ogni volta che ne hai voglia.

Ecco. Forse i libri che ci cambiano sono proprio quelli che, in qualche modo, ci fanno sentire meno soli.

Io ho cominciato a leggere perché mio padre, che oggi definiremmo senza troppi giri di parole un lettore forte, decise che io e mio fratello, essendo i più grandi, dovevamo cominciare a leggere. Non fu esattamente una proposta. Era più una di quelle decisioni paterne che arrivano con la certezza che non ci sia molto da discutere.

E così, da ragazzo, mi sono ritrovato davanti a un libro.

La storia infinita di Michael Ende.

Non avrei potuto saperlo allora, ma quella porta che stavo aprendo non conduceva soltanto a Fantàsia. Conduceva dentro un mondo che negli anni sarebbe diventato sempre più grande: quello delle storie, dei personaggi, delle parole e di quella strana magia per cui qualcuno che non abbiamo mai incontrato riesce a raccontarci qualcosa di noi.

Poi arrivò Il giovane Holden.

E lì accadde qualcosa di diverso.  Perché ci sono libri che raccontano una storia e libri che sembrano guardarci negli occhi. Holden Caulfield, con le sue inquietudini, le sue contraddizioni, la sua insofferenza verso un mondo che spesso appare troppo falso e troppo adulto, arrivò in un momento della vita in cui forse avevo ancora più domande che risposte.

Non sapevo ancora che avrei conservato quelle sensazioni per anni.

Non sapevo che avrei continuato a cercarle nei libri.

Non sapevo, soprattutto, che un giorno avrei finito per occuparmi di libri, di autori, di storie e di persone che affidano alle parole una parte di sé.

La verità è che non credo che scegliamo davvero tutti i libri che leggiamo.A volte sono loro a scegliere noi.

Arrivano quando ne abbiamo bisogno, oppure molto prima che ne comprendiamo il motivo. Alcuni ci fanno compagnia durante un periodo difficile. Altri ci fanno ridere quando avevamo dimenticato come si facesse. Altri ancora ci mettono addosso una domanda che continuerà a girare nella testa per anni.

E poi ci sono quelli che ci cambiano il modo di guardare il mondo.

Nel mio percorso sono passati Pirandello e Calvino, Andrea De Carlo e Camilleri, Dan Brown, Simenon, Wilde, Yoshimoto e tantissimi altri (sarebbe davvero impossibile ora inserirli tutti). Scrittori capaci, ognuno a modo proprio, di lasciarmi qualcosa. Ma ci sono stati anche incontri letterari che hanno avuto un peso particolare.

Stephen King, per esempio.

Perché King mi ha insegnato che la paura non vive soltanto nei mostri, nelle case infestate o nelle cose che non riusciamo a spiegare. A volte il vero terrore siamo noi, sono le nostre debolezze, le nostre ossessioni, le nostre paure più intime. E che una storia può essere capace di intrattenerti e, contemporaneamente, infilarsi sotto pelle.

E poi Tolkien. Il Professore J.R.R. Tolkien

Tolkien è un'altra cosa ancora.

È uno di quegli autori che non ho semplicemente letto. È uno di quelli che continuo a frequentare. Qualche giorno fa ho acquistato una bellissima edizione di Bompiani de “Lo Hobbit” con le illustrazioni dell’autore. L’ho letto già diverse volte, oltre ovviamente a “Il Signore degli Anelli” o “Il Silmarillon” ed altri ancora ma per me questa nuova edizione era l’occasione per rileggerlo nuovamente in altro modo ancora. 

Perché alcuni libri non finiscono quando arrivi all'ultima pagina. Rimangono lì, in attesa. Tornano fuori quando meno te lo aspetti. Una frase, un personaggio, un'immagine possono riaffiorare dopo anni e improvvisamente ti accorgi che quella storia ha continuato a camminare insieme a te.

Forse è per questo che a quarantacinque anni, guardandomi indietro, faccio fatica a separare la persona che sono diventato dai libri che ho letto; ci sono pezzi di me che probabilmente sono rimasti tra le pagine di quei romanzi. Ci sono domande che ho imparato a farmi grazie a un autore. Ci sono emozioni che ho imparato a riconoscere grazie a un personaggio. Ci sono mondi che mi hanno insegnato che il mondo reale non è l'unico possibile.

E forse anche la scelta di occuparmi oggi di editoria e promozione nasce, almeno in parte, da lì.

Nasce dalla convinzione che dietro ogni libro ci sia qualcosa di molto più grande di una copertina, di un codice ISBN, di una presentazione o di una campagna promozionale.

C'è una persona che ha avuto qualcosa da dire.

C'è un mondo che qualcuno ha costruito.

C'è una storia che, prima di arrivare nelle mani di un lettore, è passata attraverso la testa, il cuore, le paure e le speranze di chi l'ha scritta.

E soprattutto c'è la possibilità che quella storia incontri qualcuno nel momento giusto,perché non sappiamo mai quale libro diventerà importante per una persona.

Possiamo immaginarlo. Possiamo consigliarlo. Possiamo raccontarlo.

Ma poi succede qualcosa che nessuna strategia editoriale può programmare davvero: un lettore apre il libro, comincia a leggere e trova una parte di sé.

Ed è lì che accade la magia.

Penso che ognuno di noi abbia una piccola biblioteca invisibile dentro di sé. Non è fatta soltanto dei libri che ricordiamo di aver letto. È fatta delle emozioni che ci hanno lasciato, delle persone che eravamo quando li abbiamo incontrati, dei luoghi in cui li abbiamo letti, delle estati, delle notti, dei viaggi, delle attese.

Ci sono libri che associamo a una stanza, altri a una persona, altri ancora a un periodo della nostra vita che magari non tornerà più.

E allora forse chiedere a qualcuno «qual è il libro che ti ha cambiato la vita?» è molto più difficile di quanto sembri.

Perché dietro quella domanda non c'è soltanto un titolo.

C'è un pezzo di vita.

C'è il ragazzo o la ragazza che eravamo quando abbiamo girato quella prima pagina. C'è l'adulto che siamo diventati. Ci sono le cose che abbiamo capito e quelle che abbiamo capito soltanto molto tempo dopo.

E forse, tra tutti i libri che abbiamo letto, ce n'è sempre uno che rappresenta una soglia.

Quello che ci ha fatto entrare nel mondo della lettura.

Quello che ci ha fatto innamorare di un autore.

Quello che ci ha fatto cambiare idea.

Quello che ci ha salvato una sera.

Quello che ci ha fatto compagnia quando non c'era nessuno.

Quello che abbiamo chiuso con gli occhi lucidi.

Quello che avremmo voluto telefonare al suo autore per dirgli: «Non so come tu abbia fatto, ma questa storia parlava proprio di me».

Il mio primo libro, quello che mi ha aperto quella porta, come detto all’inizio, è stato La storia infinita.

Poi è arrivato Holden. Dopo di loro ne sono arrivati tantissimi altri.

E probabilmente continueranno ad arrivarne, perché una delle cose belle della lettura è che non smette mai di aggiungere stanze alla casa che siamo.

A quarantacinque anni penso che mio padre, quel giorno in cui ci costrinse a leggere, avesse capito qualcosa che io avrei impiegato molto più tempo a comprendere.

Che leggere non serve soltanto a conoscere più parole.

Serve a conoscere meglio noi stessi.

E forse è questo che fanno davvero i libri che ci cambiano la vita: non ci trasformano in qualcun altro: ci aiutano, pagina dopo pagina, a diventare un po' più consapevoli di chi siamo.

Poi li richiudiamo.

Li rimettiamo sullo scaffale.

Passano gli anni.

E un giorno, magari, li riapriamo.

E scopriamo che non eravamo noi ad averli riletti.

Erano loro ad aver aspettato che diventassimo abbastanza grandi per capirli.


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