Creare un personaggio che cresca con i lettori. Intervista a Marta Brioschi
Ci sono personaggi che accompagnano il lettore per il tempo di un romanzo. E poi ce ne sono altri che, pagina dopo pagina, diventano compagni di viaggio, ritornano, crescono, cambiano e finiscono per occupare un posto speciale nell'immaginario di chi legge. È questo il fascino delle grandi saghe letterarie: non raccontano soltanto una storia, ma costruiscono una relazione duratura tra un protagonista e il suo pubblico.
Da Sherlock Holmes a Hercule Poirot, fino ai tanti investigatori che hanno segnato la narrativa contemporanea, ogni personaggio memorabile nasce da una domanda fondamentale: come renderlo unico, riconoscibile e autentico?
Ne parliamo con Marta Brioschi, autrice della saga che vede protagonista Mae Son-Jun, investigatore franco-coreano pubblicato da Be Strong Edizioni. Un viaggio dentro l'officina della scrittura per scoprire come nasce un personaggio destinato a vivere oltre i confini di un singolo romanzo.
Ogni grande saga inizia con un protagonista capace di lasciare il segno. Quando è nato Mae Son-Jun e qual è stata la prima immagine, emozione o intuizione che ha dato origine al personaggio?
Mae Son-Jun è nato nel 2019, ma la verità è che io stessa sono nata come scrittrice tardi, a cinquant'anni, e forse per questo lui è arrivato già adulto, con una vita alle spalle. La prima cosa non è stata una trama: è stata un'immagine. Un giovane uomo chiuso in una stanza in penombra, in lacrime e con una foto sbiadita in mano. Da lì ho capito che volevo seguire uno sguardo, prima ancora che un'indagine
Nella storia della letteratura abbiamo conosciuto investigatori diventati iconici, da Sherlock Holmes a Hercule Poirot, fino ai protagonisti del noir contemporaneo. Quanto è stato importante, durante la costruzione di Mae Son-Jun, trovare un equilibrio tra l'omaggio alla tradizione e la ricerca di una voce completamente originale?
Chi scrive gialli cammina in una stanza già abitata: Holmes, Poirot, il noir. Non ho mai voluto negare quel debito, ma nemmeno replicarlo. La mia bussola è stata la leggerezza; nel senso di Calvino, non della superficialità. Mae osserva il mondo attraverso dettagli concreti, fisici, e accetta che qualche ambiguità resti aperta invece di sciogliersi in spiegazione. È lì, credo, che una voce smette di essere omaggio e diventa propria
Mae Son-Jun porta con sé un'identità franco-coreana che arricchisce il suo modo di osservare il mondo. Quanto hanno influito le sue radici culturali nella definizione del suo carattere, del suo metodo investigativo e del suo modo di relazionarsi agli altri?
Le sue radici gli danno un doppio sguardo: appartiene a due mondi e quindi, in un certo senso, a nessuno del tutto. È la posizione perfetta per un investigatore: quella di chi osserva da una soglia. Nel metodo questo diventa attenzione ai gesti, ai silenzi, a ciò che le persone non dicono. E devo confessare che il mio amore per la cultura coreana, arrivato anche attraverso i drama, ha nutrito questa parte di lui più di quanto avessi previsto
Scrivere una saga significa accompagnare un personaggio nel tempo, permettendogli di evolversi senza perdere la propria identità. Come si costruisce questa crescita e quanto è importante lasciare che sia il personaggio stesso, a un certo punto, a sorprendere la sua autrice?
Ogni volume gli ha chiesto qualcosa di diverso e i luoghi, gli incontri fatti hanno innescato gli sviluppi. La crescita non si progetta a tavolino: si prepara il terreno e poi si ascolta. Nel quinto libro, a cui sto lavorando ora, ci sono stati momenti in cui Mae ha preso decisioni che non avevo previsto e ho imparato che quando un personaggio ti sorprende, di solito ha ragione lui
Se dovesse suggerire un primo passo a chi vorrebbe avvicinarsi alla lettura o alla scrittura come strumento di crescita personale, quale consiglio darebbe?
Bella domanda e la risposta suonerà forse strana: sin da subito. Come nel caso dei miei tre figli, ho sentito fin dal primo momento in cui li ho tenuti in braccio che non erano realmente miei e che io ero soltanto la loro guardiana. Anche Jean non è mai davvero stato mio. È arrivato per caso e io ne seguo solo il cammino, accompagnandolo con la mia penna. Ed è la cosa più bella che possa capitare a chi scrive: il personaggio esce di casa senza chiedere il permesso, quando si sente pronto.
Dietro ogni protagonista destinato a rimanere nella memoria dei lettori non esiste soltanto una buona idea. Esistono ascolto, pazienza e la capacità di costruire un'identità che continui a evolversi senza perdere autenticità.
Le parole di Marta Brioschi ci ricordano che creare un personaggio significa molto più che assegnargli un nome, un passato o un mestiere. Significa donargli una voce capace di attraversare le pagine e di instaurare un dialogo con chi legge.
Forse è proprio questo il privilegio delle grandi saghe: vedere un personaggio crescere insieme ai suoi lettori, affrontare nuove sfide, cambiare senza smettere di essere sé stesso. Perché i protagonisti più memorabili non sono quelli che risolvono soltanto un caso. Sono quelli che, una storia dopo l'altra, finiscono per lasciare una traccia anche dentro di noi.
